IL MIO TATUAGGIO DI MARADONA (NOI LO ABBIAMO VISTO)

“Il mondo si divide in chi ha visto Maradona e chi no, e io l’ho visto”: quel maledetto 25 novembre il giornale per cui scrivo, giornale di Milano, mi chiese un pezzo sulla morte di Diego, e io lo iniziai così. Dalla mia parte del mondo c’è, per fortuna, Dario Ruggieri, l’autore del libro-fumetto “Il mio tatuaggio di Maradona”, oltre che mio amico, amico fraterno. Non ci siamo mai visti, io e Dario, eppure siamo consanguinei: nelle nostre vene scorre lo stesso sangue azzurro.

Ci siamo conosciuti sui social, la simpatia è nata subito. Una battuta, un’altra, un commento, un sorriso: poi, un giorno, mi ha omaggiato del suo libro. L’ho letto tutto di un fiato. E’ un album musicale scritto: c’è il rock, il pop, il jazz. C’è la sua vita, la sua famiglia, la sua passione per il Napoli (la nostra) la sua venerazione per Diego (la nostra). C’è anche quella frase, “Io l’ho visto Maradona, cazzo se l’ho visto. E me lo sono stragoduto”, che spesso, quando alla mia vita sembra mancare un senso, me lo fa trovare. Parliamoci chiaro: come poteva mai Dario spiegare alla sua famiglia, perplessa sulla sua decisione di farsi il suo primo tatuaggio passati i 50, cosa significa essersi ritrovati nel punticino nel quale le curve (già, le curve!) infinite dello spazio e del tempo si sono incrociate e hanno adagiato il Divino proprio qui (a Napoli, sul pianeta Terra) e proprio ora (negli anni ’80) facendo di noi il Popolo Eletto?

Non poteva, ma non è mica colpa sua: come fai a spiegare a parole il sovrannaturale? “Il mio tatuaggio di Maradona” è la storia di tutti noi, di tutti quelli che, per sette anni, hanno ricevuto il dono di vivere in una dimensione “altra”, illuminata da Diego, colorata di azzurro, con una colonna sonora fatta di cori e balli che hanno trasformato il San Paolo nel Tempio del Pallone. E noi eravamo lì, ogni benedetta domenica, a svolgere il ruolo, appunto, del coro: eravamo lo sfondo sul quale Diego dipingeva la sua magia. Gli altri sei giorni, erano tutti, costantemente, dedicati alla liturgia, in attesa del rinnovato miracolo domenicale (e pure infrasettimanale).  

Ci siamo noi, nel libro di Dario: c’è Pino, ci sono i treni fatiscenti per le trasferte, gli autobus, le macchine in autostrada, i telefoni a gettone, Napoli, tutto splendente tra i raggi di sole di Diego. C’è un mondo al quale chi ha vissuto quegli anni è rimasto inchiodato, per quanto era divinamente bello, e che non tornerà mai, anzi: tornerà quando le curve (già le curve) dello spazio e del tempo torneranno a incrociarsi, a Napoli negli anni ’80, un’altra volta, nell’eterno ritorno dell’identico. E noi rivedremo Diego infinite volte. Noi.

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